10 gen 2018

Di cosa parliamo quando parliamo di Startup

Startup è una parola che se fino a qualche anno fa generava un entusiasmo quasi "futurista", oggi sembra essere diventato un termine ombrello sotto il quale si nascondo più ombre che luci

Nel nostro personalissimo dizionario dell'innovazione infatti il termine startup si condisce di volta in volta di significati differenti, andando così a descrivere situazioni sempre nuove. Cos'è infatti una start-up? Un'azienda particolarmente innovativa? Una piccola impresa che fa della scalabilità il suo punto di forza? Qualsiasi azienda che si trovi nei primi tre anni di vita e quindi nella sua fase di start? Un gruppetto di programmatori con le maglie di Guerre Stellari che vivono in un'incubatore finanziato da una grande azienda? Sarà che forse siamo condizionati dall'immaginario figlio della Silicon Valley, ma quando pensiamo agli startuppari non possiamo fare a meno di immaginare dei giovani ragazzi in stile Zuckerberg con tanta voglia di innovare il mercato e di cambiare la loro vita con codici, script e app. 

Ma la realtà è ben diversa. Secondo la definizione più quotata - e cioè quella dell'imprenditore/professore Stave Blank nonché confermata dall'approccio Lean Startup - la scalabilità è un elemento essenziale. In quest'ottica una startup sarebbe "un'organizzazione temporanea o una società di capitali in cerca di soluzioni organizzative e strategiche che siano ripetibili e possano crescere indefinitamente", una definizione che si sposa molto bene con il terziario avanzato e un po' peggio con settori più tradizionali. Ci spieghiamo meglio: un ristorante di nuova apertura, dato che non riuscirebbe a scalare tanto quanto - per dire - Facebook, non può essere considerato una startup

Questo termine non deve essere confuso, come spesso accade, con una distorsione del verbo to scale up con cui ci si riferisce alla fase di avviamento di un nuovo business o di una business unit in un'impresa già consolidata e che corrisponderebbe all'incirca ai primi tre anni di vita di tale business. 

Ma il discorso non finisce qui: l'ordinamento italiano con l'articolo 25 del decreto legge 18 dicembre 2012 n.179 ha infatti coniato il termine startup innovativa. Secondo tale norma si tratterebbe di un’impresa che assume la veste giuridica di società di capitali o società cooperativa, che soddisfa una serie di criteri quali: 
 
  • le azioni o le quote del capitale sociale non devono essere quotate su un mercato regolamentato o su un sistema multilaterale di negoziazione; 
  • svolge la sua attività da non più di 5 anni; 
  • è fiscalmente residente in Italia o in uno degli Stati membri dell’Unione Europea oppure in uno degli Stati aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo, purché abbia una sede produttiva o una filiale in Italia; 
  • il valore della produzione a partire dal secondo esercizio e per tutta la durata del regime di favore non deve superare i 5 milioni di euro; 
  • gli utili non devono essere distribuiti perché devono essere reinvestiti in azienda e devono altresì fungere da garanzia (in caso di perdite future) nei confronti dei creditori e dei terzi; 
  • l’oggetto sociale, sia esso esclusivo o prevalente, deve riguardare lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico, dove per alto valore tecnologico non si intende solo il mondo digitale ma qualsiasi settore economico (compreso il processo produttivo) che si caratterizza per un certo livello di innovazione; 
  • l’impresa non può essere figlia di operazioni di riorganizzazione aziendale perché obiettivo del decreto era quello di favorire la nascita di nuove attività imprenditoriali.

Possedere uno di questi criteri tuttavia non qualifica un'impresa come startup innovativa a meno che non possegga anche uno dei seguenti requisiti sostanziali: 


  • le spese in ricerca e sviluppo devono essere uguali o superiori al 15% del maggior valore fra costo della produzione e valore della produzione; 
  • impiego come dipendenti o collaboratori a qualsiasi titolo, in misura uguale o superiore ad un terzo della forza lavoro complessiva, di personale in possesso di un titolo di dottorato di ricerca o che sta svolgendo un dottorato di ricerca, oppure in possesso di laurea e che abbia svolto da almeno tre anni, attività di ricerca certificata, ovvero, in percentuale uguale o superiore ai due terzi della forza lavoro complessiva, di personale in possesso di laurea magistrale; 
  • sia titolare o depositaria di una privativa industriale. 

È quindi facile rendersi conto di come a seconda dell'accezione con cui si utilizza il termine startup, tutto l'ecosistema che gli fa da contorno cambi e conseguentemente diventa difficile comprendere il reale stato di salute di queste nuove imprese

Quando infatti leggiamo articoli come "Le startup sono finite" o, al contrario, "Cresce il fatturato delle startup" a quale concetto di startup ci riferiamo? Quello che possiamo consigliarvi di fare è di non fermarvi ai titoli e cercare di capire sempre di cosa parliamo quando parliamo di startup, perché le parole sono importanti.